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Venendo
meno alla discrezione, introversione, e separatezza, che distinguono
questo particolarissimo artista, darò per prima cosa delle notizie che
probabilmente egli si asterrebbe dall'affidare alla parte informativa del
catalogo.
A Roma dove risiede, Gianni Martinucci ha tenuto in anni passati
prestigiose mostre personali, via via presentate da Gillo Dorfles,
Maurizio Fagiolo, Lorenza Trucchi ed altri garanti di alta affidabilità
culturale. Tre di queste si sono tenute nella storica Galleria L'Obelisco,
che proprio in questi giorni viene ricordata con una manifestazione
celebrativa presso la Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma.
Martinucci ha inoltre partecipato alle principali rassegne nazionali e
internazionali del libro-oggetto, a Palazzo Vecchio, al Forte Belvedere di
Firenze, al Moma di New York e così via, con le sue pagine lignee
percorse da miniscritture intese a collegare logos e natura.
Le sue scritture sono tratte dai testi antroposofici di Rudolf Steiner,
il profeta-scienzato del ventesimo secolo che portò al superamento della
divisione tra sfera laica e sfera religiosa, tra conoscenza e
consacrazione.
La costruzione dei raffinati libri di carta che qui vengono presentati, ha
seguito, da oltre un decennio, la precedente produzione ligneo-scrittoria
di Martinucci (che è parallelamente ancora in atto); resta in essi la
fedeltà alla matrice testuale steineriana, con immagini che oserei
definire "paradisiache", a loro volta tese a superare la divisione tra
dato illustrativo e invenzione aniconica, tra figurazione e astrazione.
Assecondando le teorie antroposofiche, sono immagini che paradossalmente
"rappresentano" i fasci di energia sprigionata dalla non percepibile
materia della manifestazione universale.
L'attitudine a operare solitariamente è uno dei caratteri distintivi di un
gruppo (vorrei piuttosto definirlo "non gruppo") di artisti dell'Italia
Centrale che si sono rivolti a operazioni tra linguaggio e immagine. Negli
anni sessanta fu la scrittura visuale di poeti confluiti a Roma anche da
altre regioni; si chiamavano allora Villa, Mussio, Balestrini, Spatola, e
così via.
Negli anni Settanta, quando quel primo non-gruppo andò sparpagliandosi
nelle regioni di origine o di elezione, emerse nell'Italia Centrale un
altro non collegato nucleo di operatori che, a differenza dei primi, si
rivolgevano soprattutto all'instaurazione di un inedito rapporto tra
scrittura e materia.
Furono i vari Cattania, Bellucci, Del Donno, e altri; scritture di fuoco
su legno o su cuoio, o, con una sensibilità risalente agli archetipi,
incisioni di scritture su cera o su terracotta.
Tutti artisti raccolti nella celebrazione semiologica della concretezza
materica; concentrati, con silenziosa intensità, nel loro ruolo di
neoamanuensi. Martinucci fu il primo tra questi, e operò sempre nel cuore
storico di Roma, in una sorta di monastico ritiro, assolvendo a una
salvifica vocazione di chiusura esterna e apertura interiore; fuori dal
tempo e dentro ogni tempo, come la città delle lapidi, questa "città
scritta" che ospita il suo sapiente lavoro.
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