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Analizzare
le recondite strutture della natura.
Scoprire i misteriosi retroscena delle nostre percezioni, attraverso un
lavoro di analisi quasi scientifica, attraverso una paziente elaborazione
dei dati sperimentali. Ma poi, da questa matrice metodologica e
scientifica (o solo introspettiva e analogica) fare esplodere la vita
stessa del colore attraverso minute e parcellari segmentazioni, attraverso
un gioco sottile di intarsio, attraverso fitte righe di frasi allineate,
quasi illeggibili, e che probabilmente non devono essere lette.
Le tavole, le tele, le carte di Martinucci hanno questo di insolito e di
estremamente avvincente (proprio in un periodo come l'attuale di
indifferenza per ogni preziosità compositiva, di disprezzo per il paziente
lavoro artigianale): la loro piacevolezza, che non è solo edonismo o
decorativismo, ma è anche amore per i materiali più umili (tavole di
compensato, telai di legno
grezzo e tarlato, semplici carte colorate), che sono trasformati in
materiale nobile mediante l'impegno, la pazienza, la decantazione delle
immagini e delle idee. Credo che questo sia
il vero meccanismo che presiede alla creazione artistica di Martinucci: la
decantazione di nozioni scientifiche (ricordi anatomici, fisici),
cosmologiche (il sole, la luna, i pianeti),
fisiologiche (la cellula, il cervello, il pensiero) di cui rimane il
minuto ricamo delle scritte, tracciate senza pretese dotte, senza
ambizioni scientifiche, ma tali da costituire una tessitura
di base - concettuale e iconica - all'evolversi delle successive fasi
pittoriche.
E queste successive fasi, sono invece impostate sulla variegata stesura di
colori variopinti ("Bunt ist meine Lieblingsfarbe" aveva detto persino
Gropius), che costituiranno la meta ultima dell'opera , o forse solo
l'embrione di opere successive in continuo divenire. Sicché questo spiega
anche il perché dell'uso che l'artista fa del diritto e del rovescio della
tavola o del quadro: il suo voler utilizzare ogni spazio dello stesso con
l'horror vacui che non può ammettere un retro inutilizzato. Mentre,
d'altro canto, un evidente horror pleni gli fa tralasciare in ogni tela
vasti lembi di spazio non dipinto o non gremito di scritte, gli fa
accendere larghe lacune tra le righe tracciate e le trame colorate, come
nella tavola bianca a fasce arancione dell' "Occhio" in quella tutta
azzurra del "Cielo" o in quella del "Cervello", dove è la tessitura stessa
della tavola in compensato (con le sue imperfezioni e le sue scabrosità) a
determinare le zone dipinte e quelle vuote, le zone scritte e quelle
amorfe.
Il caso, dunque, che guida una mano forse in parte inconsapevole, ma
anche: la volontà di scoprire i segreti della natura che porta ad un
continuo e minuzioso controllo sul caso.
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