di Gillo Dorfles , 1976
 

Analizzare le recondite strutture della natura.

Scoprire i misteriosi retroscena delle nostre percezioni, attraverso un lavoro di analisi quasi scientifica, attraverso una paziente elaborazione dei dati sperimentali. Ma poi, da questa matrice metodologica e scientifica (o solo introspettiva e analogica) fare esplodere la vita stessa del colore attraverso minute e parcellari segmentazioni, attraverso un gioco sottile di intarsio, attraverso fitte righe di frasi allineate, quasi illeggibili, e che probabilmente non devono essere lette.

Le tavole, le tele, le carte di Martinucci hanno questo di insolito e di estremamente avvincente (proprio in un periodo come l'attuale di indifferenza per ogni preziosità compositiva, di disprezzo per il paziente lavoro artigianale): la loro piacevolezza, che non è solo edonismo o decorativismo, ma è anche amore per i materiali più umili (tavole di compensato, telai di legno
grezzo e tarlato, semplici carte colorate), che sono trasformati in materiale nobile mediante l'impegno, la pazienza, la decantazione delle immagini e delle idee. Credo che questo sia
il vero meccanismo che presiede alla creazione artistica di Martinucci: la decantazione di nozioni scientifiche (ricordi anatomici, fisici), cosmologiche (il sole, la luna, i pianeti),
fisiologiche (la cellula, il cervello, il pensiero) di cui rimane il minuto ricamo delle scritte, tracciate senza pretese dotte, senza ambizioni scientifiche, ma tali da costituire una tessitura
di base - concettuale e iconica - all'evolversi delle successive fasi pittoriche.

E queste successive fasi, sono invece impostate sulla variegata stesura di colori variopinti ("Bunt ist meine Lieblingsfarbe" aveva detto persino Gropius), che costituiranno la meta ultima dell'opera , o forse solo l'embrione di opere successive in continuo divenire. Sicché questo spiega anche il perché dell'uso che l'artista fa del diritto e del rovescio della tavola o del quadro: il suo voler utilizzare ogni spazio dello stesso con l'horror vacui che non può ammettere un retro inutilizzato. Mentre, d'altro canto, un evidente horror pleni gli fa tralasciare in ogni tela vasti lembi di spazio non dipinto o non gremito di scritte, gli fa accendere larghe lacune tra le righe tracciate e le trame colorate, come nella tavola bianca a fasce arancione dell' "Occhio" in quella tutta azzurra del "Cielo" o in quella del "Cervello", dove è la tessitura stessa della tavola in compensato (con le sue imperfezioni e le sue scabrosità) a determinare le zone dipinte e quelle vuote, le zone scritte e quelle amorfe.

Il caso, dunque, che guida una mano forse in parte inconsapevole, ma anche: la volontà di scoprire i segreti della natura che porta ad un continuo e minuzioso controllo sul caso.

      

    
 

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gm