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Una
fessura sottile che sembra compressa dalla superficie immacolata della
tela.
E dietro, il colore riesce ad affiorare nella sua ricchezza iridescente: i
segnetti nevrotici qualche volta si agglomerano ed escono dalla
fessura con uno zampillo quasi surreale (gli inizi di Martinucci sono in
chiave di anatomia espressionista).
L’operazione è tutta qui. Per chi fa arte, la pittura è il peccato
originale.
Un altro pittore, un’altra ricerca: ma stavolta non aggiunge rumore al
rumore.
Mi sembra utile il surplace sul linguaggio, in questo tempo di
esistenzialismo viscerale e di vitalismo sguaiato (l’attuale momento o
della body-art o del comportamento o dell’iper-realismo non è l’ennesima
avanguardia ma la viziosa macroscopia di esperimenti già sperimentati).
Mi sembra che questa ricerca si allinei a quel lavoro mentale e di critica
dell’occhio particolarmente vivace qui ora (Griffa, Battaglia, Verna,
Aricò, Paolini, Agnetti, Fabro, Mochetti, Gastini).
Surplace sul linguaggio: non tutti conoscono quale era il progetto di
Malevic o di Mondrian o di Reinhardt, o anche il senso dell’interrogativo
di Duchamp o Picabia; è sempre utile cercare che cosa c’è tra il nostro
occhio e il bianco di Ryman, che cosa c’è dietro il taglio di Fontana.
Questi quadri assenti di un giovane rappresentano qualcosa: l’analisi
della tabula-rasa, la tautologia (pittura sulla pittura), la coscienza che
a forza di inventare si dimentica l’umile arte di scoprire.
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