di Lorenza Trucchi , settembre 1991
 

Nel dicembre 1976, in occasione del terzo decennio dell' "Obelisco",  Gaspero Del Corso scriveva "Irene Brin ed io aprimmo questa galleria con una mostra di Morandi... Lasciamo
ora ad altri il compito di tirare le somme, noi vogliamo ancora considerarci sulla pista di partenza. Vogliamo prestare la nostra attenzione ai giovani. Trent'anni fa i giovani si chiamavano Burri o Rauschenberg (quest'ultimo ebbe da noi nel 1953 la sua prima personale).... Il nostro modo di far festa, nello spirito di Irene, che sempre ci accompagna e ci ispira, sarà quello di aiutare sempre più i nuovi talenti a manifestarsi e a realizzarsi al di sopra di ogni terrorismo intellettuale o di disciplina di clan, senza altra preoccupazione che la qualità."

Del Corso, che avrebbe potuto radunare, scegliendo tra le più di quattrocento mostre, ideate e curate una collettiva di eccezione da far invidia a qualsiasi museo, celebrò invece quell'importante anniversario con la personale di Gianni Martinucci, un pittore meno  che trentenne, che all' "Obelisco" aveva debuttato due anni prima introdotto in catalogo da Maurizio Fagiolo.

Dopo un lungo periodo fervido di ricerche quanto segreto, solitario, interrotto solo dalla sporadica partecipazione a rassegne di "poesia visiva" e di "librismo", Martinucci si ripresenta al pubblico e all'attenzione della critica con un'antologia
che non esito a definire sorprendente, sia per l'originalità ed il rigore delle opere, sia per l'impegno umano ed operativo che sottende.

Concettuale e realista, visionario e obiettivo, sempre poeta, con una vena candida e ilare di follia, Martinucci sembra aver realizzato l'ardua equazione arte = vita.

Abita e lavora in una stanza di pochi metri quadrati soppalcata e divisa da fragili tramezzi,inverosibilmente gremita di oggetti, utensili, libri, pitture, disegni, piccole sculture. Una volta
entrati è pressoché impossibile muoversi e, difatti con garbo Martinucci mi pilota verso l'unica sedia: mi mostrerà ogni cosa collocandola nel poco spazio libero di un traballante tavolino.
C'è un ordine da alveare in questa casa-studio dove tutto pare occultato e dove tutto potrebbe rovinosamente franare e invece dove nulla è cercato invano e il gesto lieve, sicuro,
silenziosissimo di Martinucci nel prendere, esibire e riporre, assicura concentrazione e incolumità. In questa insolita condizione da ape regina ho potuto vedere, necessariamente
per sommi capi, quanto l'artista ha realizzato in anni e anni di studio e di lavoro. Anni come giorni, giorni come ore, resi simili ma non monotoni dal fervore del fare, dalla gioia dello
scoprire, dalla consapevolezza di maturare nel profondo della propria coscienza. Pensavo sulle prime: solo le api e le formiche vivono in mondi così esatti, ineludibili, implacabili. Ma presto mi accorsi che non era così. Che quell'alveare non aveva celle né sbarre: L'occhio di Martinucci spaziava,la sua mente pareva allenata a viaggi siderali, la sua speranza che sconfinava oltre la
vita, era integra e solare. Già da giovane Martinucci presentiva che "la vera realtà è altrove"  al di là della parete e della strada, al di sopra dell'orizzonte e delle nubi ma che per accedervi
sono sempre necessari il nostro corpo, i nostri sensi "necessari, dice, come il trampolino per il tuffatore". Da pittore egli ha dunque cercato di visualizzare questo oltre senza tuttavia far
ricorso all'allegoria, al simbolo, alle immagini criptiche dell'inconscio o del sogno. Le prime opere esposte all' "Obelisco", battezzate "Fessure", erano dei monocromi con linee verticali
dalle quali affioravano minuti spruzzi di colore come bagliori di una luce sottostante.

Ma non era questa la strada. A chiarirgli quel bisogno di andare oltre fu la lettura dei testi antroposofici di Rudolf Steiner (1861- 1925), divenuto ben presto il suo Virgilio. Un incontro in parte annunciato, atteso, che produsse in lui una maggiore riflessione sulle motivazioni, ormai inscindibili, dell'arte e della vita. Mosso da un ardore da neofita, Martinucci smise addirittura di dipingere per immergersi nello studio dei numerosissimi testi di Steiner,
iniziando un'operazione conoscitiva e testuale: trascriveva intere pagine su dei quaderni.

Poi, ormai padrone della materia, prese a riportare i brani più significativi su dei legni con una minutissima grafia. In tal modo la scrittura si faceva immagine e tessitura, una tessitura viva,
brulicante, ben accordata con le scabrosità e le venature del supporto.

Attraverso questa operazione egli stabiliva un devoto colloquio con Steiner  e ripercorrendone anche manualmente l'iter del pensiero, trasformava queste tavole  della legge da medium in messaggio. Da allora, pur alternando generi, tecniche e materiali,  Martinucci ha sempre cercato di incarnare il pensiero nell'opera. Un vero discorso sul metodo che lo ha portato a complesse ricerche, a giacenza esoterica sulla percezione, la luce, il colore o come in maniera più lirica egli afferma, "sull'occhio e il cielo".

Diversamente da quel che si fa di solito nelle presentazioni, non cercherò né di storicizzare né tanto meno di etichettare l'arte di Gianni Martinucci sebbene non sarebbe né difficile né (forse) inutile farlo. Preferisco in questo tetro e purtroppo ormai generalizzato clima di "tramonto dell'artista", limitarmi invece a segnalare un artista non nuovo ma, in un certo senso, inedito. Un artista umile, quanto autentico, degli ultimi per il quale l'arte
sia ancora una vocazione, una chiamata.

      

    
 

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gm