di Franca Zoccoli , 2005
 

Quella di Gianni Martinucci è un'arte di contrasti: antica e attualissima, calibrata e spaesante. È antica per la processualità da amanuense medievale. È moderna perché suscita un mondo virtuale che trascende i limiti della fenomenologia, e ciò non attraverso un'indagine para-scientifica ma grazie a una ricerca parallela, portata avanti con strumenti squisitamente estetici. Chiuso nel suo studio - un piccolo, affollatissimo antro - come un monaco nella sua cella, l'artista crea ogni opera con infinita pazienza e tempi lunghissimi, curando puntigliosamente la perfezione formale di ogni dettaglio. Questa importanza data alla perizia manuale ci appare ancor più preziosa essendo ormai controcorrente da decenni sulla scena dell'arte, a cominciare dalla sciatteria della transavanguardia, che l'assumeva a categoria estetica, per passare alla truculenza dei neo-espressionisti tedeschi o dei graffitisti americani.

Nelle opere di Martinucci la limpidezza dell'impaginato imbriglia serpeggianti rovelli.

Se osserviamo una delle sue recenti strutture la mente si smarrisce nell'intricato, preciso microcosmo delle grafie millimetriche, come ci accade quando contempliamo
la via lattea e ci immergiamo in quello strascico di mondi remoti.
Artista anomalo, sfugge a qualsiasi tentativo di classificazione.
Il suo lavoro non è riconducibile a correnti o movimenti ben definiti.

Sarebbe riduttivo definirlo scritturale o artista del libro, dato che i volumi-oggetto costituiscono solo un settore della sua produzione, mentre le grafie sono soltanto uno fra gli elementi del suo complesso mondo espressivo.

Dopo regolari studi all'Accademia di Roma, l'itinerario dell'artista inizia con opere di pittura nell'ambito di una figurazione dinamica.
Ben presto la sua attenzione si concentra sul colore esaminato non tanto nelle valenze pittoriche ma piuttosto per la complessità dei fenomeni percettivi, del rapporto fra
l'occhio e la mente. Lo affascinano gli scritti teorici sul colore di Goethe, di Kandinsky, fino a un incontro da lui considerato come un'autentica folgorazione.

La sua via di Damasco è un parcheggio: in luogo del cavallo un'automobile nella quale, aspettando un amico, trova per caso un testo di Rudolf Steiner. Era il 1975 e da allora l'ideatore dell'antroposofia (vissuto fra Ottocento e Novecento) è la guida spirituale, il guru che lo accompagna nel suo viaggio di sperimentazione.

Nelle opere di Martinucci compare adesso la scrittura lineare: frasi tratte da lavori di Steiner invadono superfici ed opere tridimensionali.
Sono grafie minuscole, quasi illeggibili, che sciamano fin sul rovescio della tela, si aggregano intorno ai nodi di tavole lignee, dilagano sulle pareti di elementi strutturali.
Nessuno le leggerà mai per esteso. Non occorre farlo. Vivificano il supporto con la loro vibrazione segnica, il pullulare delle cromie.

Hanno valore come significante, pur restando la consapevolezza che veicolano significati.
E cogliamo qui una parola, lì uno spezzone di frase che ci sembrano galleggiare, per motivi misteriosi, sull'oceano scritturale.

Talvolta invece le grafie sono asemantiche, suggerite da rettangolini di colore o da righe di nuvole contro cieli azzurri che rappresentano l'anelito dell'artista verso il "cosmo soprasensibile". Queste pseudo-grafie sono tracciate su tavolette che formano libri a due valve, oppure su pagine di libri-oggetto. Nella vasta e variegata linea produttiva che ripropone l'archetipo del libro, le pagine sono più spesso supporto
di microscritture vere. Ne risultano, in accezione moderna, codici miniati intrisi di spiritualità che inducono a rinnovare l'elogio della follia. La lentezza e minuzia ossessiva del processo creativo, la "ripetizione differente" dei gesti generano quasi uno stato di trance e così l'accumulo di infinitesimi segni diviene una sorta di scrittura automatica. In tal modo per via analogica e introspettiva, come osservava Gillo Dorfles già nel '76, Martinucci indaga le strutture recondite della natura, tentando di squarciare per un attimo il fitto velo che le occulta.
Epifanie - sostenevano i grandi romantici inglesi - concesse solo all'intuizione dell'artista.

Lungo la stessa linea le recenti "architetture" segnano un nuovo punto d'arrivo.
Potremmo definirle modellini di eventi meta-sensoriali; sono costruzioni complesse, leggerissime, fittamente invase da scritte, che vedono, ancora una volta, protagonista il colore. Già da qualche anno Martinucci avvertiva l'urgenza di sprigionare
i suoi tracciati cromatici dalla superficie del supporto. Nascono allora le tavolette dalle quali fuoriescono nastrini colorati che si arrotolano e intrecciano nell'aria.

Adesso, dardeggianti costruzioni spaziali azzardano la visualizzazione del momento germinale in cui l'energia si trasforma in materia. O più semplicemente ne offrono,
con umiltà, una lettura poetica.

 

      

 
 

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gm